- Il libro dell'immortalità -

scritto da vecchioautore
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Racconto scritto cinque anni fa. L'immortalità invece di un dono potrebbe anche rivelarsi una iattura... dipende dalle situazioni. Buona lettura.
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Testo: - Il libro dell'immortalità -
di vecchioautore

Il libro dell’immortalità

Il sogno di una vita: la scalata invernale di un ottomila in solitaria, stava mutando in dramma.
Vagando frastornato in mezzo alla bufera, ogni passo, con le gambe che affondavano nella neve fino all’inguine, richiedeva uno sforzo sovrumano.
Il vento che ruggiva come cento belve mi frastornava; la neve che arrivava come uno schiaffo gelido, incollandosi agli occhiali m’impediva di vedere; un inconveniente non di poco conto, che mi mandò ad impattare contro quella che percepii come una parete di roccia.
Ruotando lentamente su me stesso verso destra mi spostai di lato, sino ad appoggiare la schiena in una rientranza meglio protetta.
“La roccia sta franando”, pensai spaventato mentre cadevo, sfinito, all’indietro. Non era roccia, ma legno: avevo appoggiato la schiena ad una porta, che qualcuno dall’interno aveva aperto.
Ebbi appena il tempo di vedere la fiamma nel focolare danzare allegra, prima di perdere i sensi.

Il tepore fu la prima sensazione piacevole che ebbi al risveglio. Aprii gli occhi: davanti a me la legna crepitava nel camino e le fiamme che danzavano allegre spargevano una luce crepuscolare all’intorno.
Ero ancora un po’ rintronato, ma ciò non m’impedì di capire che la voce della bufera giungeva attenuata dalle spesse pareti di pietra. “Sono dentro un rifugio”, realizzai di primo acchito.
Qualcuno mi aveva steso su un pagliericcio accanto al focolare. Già, ma chi?
«Ti senti meglio?» domandò una voce rauca alle mie spalle. L’idioma inglese mi fu di conforto.
Mi volsi. Un vecchio incanutito si alzò dalla sedia e si avvicinò al camino, afferrò l’attizzatoio e con quello sganciò il paiolo dalla catena.
Mentre lo osservavo spostarsi in silenzio verso il tavolo e poi versare il contenuto dentro una ciotola di legno, mi chiedevo cosa ci facesse lassù quel vecchio dal volto scheletrico, con indosso un numero imprecisato di informi maglioni di lana che lo facevano sembrare molto più grosso di quello che era.
«E’ una tisana», mi informò porgendomi la ciotola.
«Grazie», pronunciai prendendola. Fu lì che, guardandolo negli occhi, notai i cristallini opacizzati.
Mentre sorseggiavo la tisana, il vecchio tornò a sedersi.
Quando ebbi finito mi alzai e posai la ciotola sul tavolo. Il vecchio, seduto dall’altro lato, mi scrutava, forse: difficile capire cosa potesse vedere con una doppia cataratta all’ultimo stadio.
«C’è qualcun altro nel rifugio?» gli chiesi.
«Deve esserci una sedia da qualche parte, prendila e accomodati», rispose.
In effetti, accanto a me c’era una sedia. La scostai e mi accomodai di fronte a lui.
«Chi vuoi che venga quassù in pieno inverno, se non i pazzi come te!» riprese con una punta di sarcasmo.
«E tu, alla tua veneranda età, cosa ci sei venuto a fare?» replicai piccato.
«Io ci vivo, quassù… da più di centoventi anni», rispose come se fosse la cosa più naturale di questo mondo, lasciandomi basito.
Giudicandolo fuori di senno, ritenni opportuno non ribattere. Fu allora che notai, sopra un leggio posto accanto a una minuscola finestra, un libro. Incuriosito mi alzai e senza chiedere il permesso mi avvicinai. Era un libro antico, lo si evinceva dalle pagine pergamenacee e dal tipo di scrittura, a me sconosciuta.
«Se t’interessa, sono disposto a cedertelo», udii alle mie spalle.
«Cos’è, un ricettario?» gli chiesi mentre facevo scorrere i polpastrelli sulla pagina.
«Sì, potrebbe anche esserlo. Quelle pagine contengono la ricetta dell’immortalità!» lo disse con la solita naturalezza; ma il tono grave, da me percepito come lugubre in quell’ambiente ristretto, illuminato solamente dalla luce danzante delle fiamme nel focolare, mi fece raggelare fino al midollo.
«Ho capito: sei una specie di stregone. Uno sciamano che vende ricette agli stolti che rischiano l’osso del collo per venire fin quassù in cerca dell’immortalità», tirai le somme sbrigativamente, nel vano tentativo di cambiare argomento di conversazione.
«Un unico stolto è arrivato fin quassù… e quello, sei tu!» replicò pacato, e pure in rima.
Stavo per ribattere in modo poco urbano, quando il vecchio riprese. «Prendi il libro, posalo sul tavolo davanti a me e poi siediti. Non posso cederti il libro senza prima avvertirti delle conseguenze che comporta accettare il dono. E’ la regola».
Lo avrei mandato volentieri al diavolo. Ma essendo bloccato lì per chissà quanto tempo, e ritenendo che una storia fantasiosa avrebbe contribuito a spezzare la noia nell’attesa che la bufera cessasse, richiusi il libro, lo tolsi dal leggio e dopo averlo posato sul tavolo lo invitai a continuare.
«Aprilo alla pagina che hai visto sul leggio», esordì posando una mano sulla copertina di cuoio nero.
«Non ricordo quale pagina fosse», risposi.
Il vecchio infilò le dita fra le pagine. «E’ questa!» affermò convinto, aprendo il libro.
Non ne ero troppo convinto, ma per non innescare un’inutile diatriba sulla pagina, mi tacqui.
«Non ne sei convinto», valutò, lui sì convinto. «Ti capisco. Ma ti assicuro che se lo chiudessi mille volte e poi lo riaprissi infilando le dita a caso, apparirebbe la pagina che contiene l’ultima parola che lessi molti anni fa.»
«Quanti anni fa?» mi venne logico chiedergli.
«Molti in rapporto alla vita media di un uomo… niente se considero la mia», rispose criptico. E cominciò a narrarsi partendo da lontano, molto lontano. Lontanissimo.
Iniziò fin da subito con il botto, affermando che nel 1470 era un frate! Un inquisitore, per essere precisi. E che svolgeva il suo lavoro con solerzia e dedizione.
La sua vita svoltò il giorno che trascinarono al suo cospetto una giovane donna in catene, accusata di stregoneria.
Era davvero ben disposto nei suoi confronti: le avrebbe risparmiato la tortura in cambio di una confessione, poi l’avrebbe spedita sul rogo senza troppi complimenti. Ma quando i testimoni affermarono che aveva più di cento anni e che la sua sfolgorante bellezza era dovuta a un patto con il demonio, il dubbio lo colse.
E allora cominciò a porsi domande. Ma la risposta su come avesse potuto Satana elargire una beltà così luminosa, latitava. Alla fine, quando dopo aver chiesto perdono all’onnipotente per aver soltanto osato pensare di accostare il volto di una strega a quello della Vergine si apprestava a condannarla al rogo; ecco che lei lo sorprese una volta di più, confessando che quello che più desidera era essere punita per aver venduto l’anima al demonio in cambio dell’immortalità, ma che per bruciare sul rogo avrebbe dovuto cedere l’immortalità a qualcun altro.
E gli raccontò del libro che aveva accettato in dono, duecento anni prima, da un’immortale in cerca della perduta mortalità.
Una storia incredibile, oggigiorno. Ma il contesto: l’epoca in cui si mandavano al rogo le donne accusate di stregoneria, i testimoni che giurarono sulla croce che da quando erano bambini la ricordavano così, sempre giovane e bella, rendeva tutto molto credibile.
E dopo averla ascoltata, la brama, il desiderio di vivere per sempre, ebbe la meglio sulla fede; in nome della quale aveva mandato decine di donne e uomini al rogo. L’inquisitore accettò il dono, lei lo ringraziò e se ne andò serena incontro alla morte.
Questa è la sintesi di una narrazione molto più lunga, che il tono partecipato rese quasi credibile… se non fosse per un particolare di non poco conto: lui era lì, davanti al mio sguardo, con i suoi occhi dilaniati dal tempo e la pelle incartapecorita di un ultracentenario; dov’era finita la promessa eterna giovinezza, vagheggiata nel racconto che mi aveva fatto poc’anzi?
Quando gliene chiesi conto, il vecchio non si scompose; indicò con l’indice le pagine del libro e rispose, commosso: «L’ho lasciata dentro le parole, il giorno che m’innamorai perdutamente».
Poi mi spiegò l’arcano: il possesso del libro garantiva l’immortalità, ma il trucco per non invecchiare era racchiuso nel testo. «… Quelli che a te sembrano geroglifici illeggibili, agli occhi del possessore del libro appaiono come frasi scritte nella sua lingua. Più di trecentocinquantamila, sono le parole inscritte nelle pagine. Considerando che per non invecchiare basta leggerne una al giorno, il conto è presto fatto…» posò i palmi delle mani sulle pagine, «sono più di mille anni!» Trasse un lungo sospiro. «Mille anni senza poter invecchiare insieme all’amata, sono una punizione, non un premio.»
E fu così che venni a sapere che aveva accudito la donna della sua vita, invecchiando con lei e rimanendole accanto sino all’ultimo rantolo, rinunciando alla giovinezza che, una volta abbandonata, sapeva di non poter più ritrovare. «… Basta un giorno, un sol giorno senza leggere almeno una parola, per perdere il dono e cominciare ad invecchiare.»
Scrollò il capo. «Invecchiare in eterno, è una maledizione! Se prima dovevo abbandonare amicizie ed affetti dopo qualche anno per non mostrarmi immune alle ingiurie del tempo, ora dovevo cercare un luogo solitario per non essere trattato come un fenomeno da baraccone… E così, dopo un lungo peregrinare, sono giunto quassù… e quassù rimarrò, vivo o morto, per sempre», concluse sconsolato.
«Per rompere l’incantesimo che ti lega al libro, lo potresti distruggere», provai a ipotizzare.
Il vecchio per la prima volta accennò un triste sorriso. «Credi che non ci abbia pensato? Oh, ci ho provato in molti modi, sai? L’ho lanciato in un burrone; e quando sono rientrato, l’ho ritrovato sul leggio, aperto all’ultima pagina letta. L’ho gettato nel fuoco; i ciocchi sono bruciati, le braci si sono spente, ma lui era ancora lì, integro, sopra la cenere… Non mi credi? Provaci, buttalo tra le fiamme!» mi esortò con rabbia, forse sperando che una mano ignota potesse avere miglior fortuna.
Tentennai. «Avanti, provaci!» ribadì con un tono che aveva il sapore di un ordine tassativo.
Afferrai il libro, lo lanciai dentro il focolare… e rimasi a guardarlo stupefatto: le fiamme lo avvolgevano ma non lo intaccavano.
«Ora prendi l’attizzatoio e tiralo fuori», comandò il vecchio.
Presi l’attizzatoio e feci rotolare il libro sul pavimento.
«Prendilo e posalo sul leggio», aggiunse.
Avvicinai con circospezione le mani: non emanava calore. Appoggiai il palmo e, con mia grande sorpresa, constatai che la copertina era fredda. Allora lo presi, lo posai sul leggio e tornai a sedermi davanti al vecchio.
«Com’è possibile tutto questo?» gli chiesi.
Il vecchio allargò le braccia. «Non ne ho la più pallida idea.»
«Non c’è dunque modo di rompere l’incantesimo?» gli chiesi ancora.
«Un modo ci sarebbe… e lo sai qual è», rispose rassegnato.
Sì, lo sapevo benissimo: dovevo caricarmi il peso dell’immortalità! Già, perché quel giorno compresi che anche l’immortalità, e finanche l’eterna giovinezza, a lungo andare può rivelarsi un peso insopportabile.
Restai altri tre giorni insieme al vecchio immortale, in quei tre giorni mi raccontò un pezzo, invero molto breve, del suo lunghissimo percorso di vita: ci sarebbero voluti anni per completarlo.
Quando lo salutai, augurandogli di trovare quello che cercava, ovvero la pace eterna, nonostante non avessi accettato in dono il libro non mi parve maldisposto nei miei confronti; tutt’altro, mi sembrò sollevato per non essere riuscito ad inguaiare in eterno un altro essere umano.

Sono trascorsi dieci anni. Ora è estate e sto tornando lassù; non per scalare un ottomila, ma bensì per ritrovare quel vecchio e chiedergli il libro in dono.
“L’immortalità sarà pure una iattura… per chi non ha ricevuto una condanna a morte ad appena quarant’anni: la data di scadenza proclamata dalla scienza medica”, penso per farmi coraggio, guardando il vecchio seduto fuori dal suo rifugio montano.

FINE

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